domenica 9 gennaio 2011

Gramsci e gli indifferenti

Un testo tratto da: La Città futura, di Antonio Gramsci, anno 1917.

Questo è un testo dai toni forse troppo forti (a cominciare dall'uso eccessivo della parola odio) ma che riecheggiano un epoca particolare dove in europa, ieri più di oggi, imperava il pensiero assolutista e deformante delle ideologie, una situazione storica forte e pesante come l'elemento metallo della medicina cinese che non a caso, proprio l'elemento 'metallo' ha inaugurato un anno fatidico (il 1914, anno della tigre di metallo) dove a Sarajevo si diedero inizio alle danze per la prima guerra mondiale ad opera dell'anarchista Gavrilo Prinzip, assassino dell'arciduca Francesco Ferdinando, situazione che ha posto le basi e le radici di tutto un grande periodo che poi culminerà con l'uso indiscriminato della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki nel 1945 (anno del gallo di legno).
Quindi, anche se i toni andrebbero scremati dal nucleo del significato ed inseriti nel contesto storico di quegli anni, dove il 1917 è l'anno del serpente di fuoco nonchè anno in cui Lenin 'stranamente' giunge a Pietrogrado il 3 aprile con quel famoso treno che attraversò i territori controllati dalla Germania all'interno di un vagone piombato, bisogna dire che di fondo non intacca le qualità di Antonio Gramsci, scrittore, giornalista e parlamentare italiano oggi ancora molto apprezzato anche nelle facoltà di Scienze Politiche e di Relazioni Internazionali di tutto il mondo per le sue tesi scritte negli anni di prigionia intorno al concetto di 'egemonia culturale'.
Il senso profondo di questo testo è quindi dedicato a quelle persone che, in particolare nel nostro occidente, sono indifferenti a qualsiasi oltraggio posto nei confronti della Giustizia intesa in senso ampio e in tutte le sue forme, degli indifferenti che non soltanto evitano accuratamente ogni forma di atto di eroica onestà ma che sono indifferenti anche ad alzare il telefono per chiamare le forze dell'ordine e le forze di pronto soccorso.
Detto questo vi lascio al testo che reputo comunque di un certo interesse.
Buona Lettura.

Vincenzo Di Maio



Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

MAPPE SIMBOLI E PAROLE

La mappa non è il territorio.
I simboli non sono la realtà.
Le parole non sono il significato.

Concetto Zen.
Vincenzo Di Maio

la mappa non è il territorio

Moderarsi Moderata-Mente

Un grande slogan del vecchio ambientalismo italiano. Quello dei referendum, del movimentismo, della spontaneità, dell'inclusivismo. Insomma, quello dei vecchi Verdi Arcobaleno-Verdi Sole che ride, quello conformato dalla confluenza di grandi correnti come l'eco-marxismo, l'eco-pacifismo e l'eco-scientismo prima del 1995, anno fatidico in cui spuntano personaggi 'di spicco' come la Maria Grazia Francescato e il bel signor Alfonso Pecararo Scanio, che apparteneva alla 'quarta corrente' degli ex-radicali insieme al signor Rutelli.



Moderarsi moderata-mente ovvero avere moderazione, essere moderazione ma con una mente moderata, con un anima che scinde il bene dal male e che vede l'esistenza del creato come un tutto unico, un insieme conformato da una connessione con il tutto, una visione che era l'asse portante dell'attivismo politico del buon "Alex Langer", anima europeista, squisitamente ambientalista e di ispirazione mondialista.
Una mente moderata è una mente che modera la stessa moderazione e che la calibra come una danza che similmente alle arti marziali si adatta continuamente ai cambiamenti concentrando le proprie energie verso gli obiettivi, verso le proposte e i progetti, e non verso i nemici, gli antagonismi e le loro azioni.
Purtroppo questo modo di fare è morto insieme a quel movimento e in particolare insieme all'animo puro di un uomo sempre proiettato verso il bene e il meglio, verso il creare e costruire ponti di solidarietà e di unione in uno spirito molto più vicino ai principi della tradizione cinese e orientale di Confucio che non alla tradizione europea e occidentale del divide et impera.
Si dice sempre che dal passato si può imparare ma a volte lo scoraggiamento è più forte dell'azione e non si fa altro che preferire di ritirarsi in casa propria, nella propria dimensione, anzichè continuare a combattere contro i mulini a vento.
E questa è stata la scelta della parte migliore di quell'ambientalismo, includendo anche chi come Alex Langer in qualche modo forse, proprio per non arrendersi e tornare a casa, ha preferito la morte al fallimento come gli onorevoli samurai del passato.
Di certo non si sa nulla ma è una mia interpretazione e ritengo che sia molto vicina alla verità.
Spero davvero che il suo impegno in vita sia d'esempio affinchè non sia morto invano.
Amen

AIKIDO

AIKIDO - To-Shin Do
*Credo in me stesso. Sono sicuro di me. Posso raggiungere i miei scopi.
*Credo in ciò che studio. Ho disciplina. Sono pronto ad imparare e avanzare.
*Credo nei miei maestri. Mostro rispetto a tutti coloro che mi aiutano a progredire.



"Lo scopo dell'Aikidō è di allenare la mente e il corpo, di formare persone oneste e sincere." (Morihei Ueshiba)

AIKIDO: la pratica, le origini e le regole
di Tada Hiroshi, Fondatore e Direttore Didattico dell'Aikikai d'Italia
Tratto da: http://www.aikikai.it/aikido/index.htm

La pratica
A prima vista l'Aikido si presenta come un elegante metodo di ricerca dell'equilibrio fisico e psichico mediante la pratica controllata di antiche tecniche di derivazione marziale, finalizzate alla neutralizzazione, mediante bloccaggi, leve articolari e proiezioni, di uno o più aggressori disarmati o armati. Sintesi ed evoluzione di antiche tecniche mutate dal ju-jutsu classico, dal kenjutsu (la tecnica della spada) e dal jojutsu (tecnica del bastone), l'Aikido trova la propria originalità ed efficacia in una serie di movimenti basati sul principio della rotazione sferica.


Contrariamente ad altre arti marziali incentrate sui movimenti lineari (avanti, indietro, in diagonale) , le tecniche dell'Aikido si fondano e si sviluppano infatti prevalentemente su un movimento circolare il cui perno è colui che si difende. In tal modo egli stabilizza il proprio baricentro, decentra quello dell'avversario attirandolo nella propria orbita, e può sfruttare a proprio vantaggio l'energia prodotta dall'azione aggressiva fino a neutralizzarla.

Il metodo di pratica dell'Aikidō si basa principalmente su di un particolare metodo di attacco, venutosi a sviluppare dai "kata", che viene praticato attraverso movimenti che seguono un ritmo potente e dinamico. In base a questo metodo di attacco, si prevede che il partner con cui si pratica "riceva" il movimento con il proprio corpo (ukemi) affinché la forza centrifuga possa agire.

La cosa più importante in questo tipo di pratica è che si venga a creare una totale assimilazione (unione) con il partner, piuttosto che proiettarlo o immobilizzarlo. Dal punto vista tecnico, ciò implica che occorre trattare con cortesia ed attenzione le braccia ed il corpo del partner, come se fossero la propria spada o la propria lancia (similmente a ciò che rappresenta il pennello per un pittore o un calligrafo oppure il proprio strumento per un musicista).

Grazie a questo metodo di pratica, che a prima vista si discosta dai metodi delle altre forme di budō, è possibile sviluppare un tipo di allenamento di base che permette di affinare il principio dell'animo che non si confronta, concetto fondamentale nel budō giapponese, e di effettuare il controllo dei sensi. Se contemporaneamente abbinato allo studio pratico dei sistemi di respirazione orientali, questo metodo di pratica diviene un metodo molto avanzato di pratica del fluire del ki che, armonizzando il movimento al flusso dei sensi ottenuto mediante gli esercizi di respirazione, diviene così ciò che viene chiamato zen in movimento.

L'Aikidō non è semplicemente un modo per capire "come effettuare delle tecniche" ma è piuttosto un particolare metodo di pratica che permette di tradurre in realtà il principio secondo cui se ci si muove in uno stato di "mushin" (non-mente) le tecniche nascono in modo spontaneo, e si trasformano all'infinito che un tempo costituiva il fine ideale ricercato dalla maggior parte degli specialisti di arti marziali (bujyutsuka).




Le origini

La filosofia alla base dell'insegnamento e le tecniche del Maestro Ueshiba Morihei, il fondatore dell'aikidô, differirono grandemente a seconda delle epoche di evoluzione della sua pratica.

Primo periodo: Era Taishō (1912-1926)
Praticò numerose forme di bujutsu e raggiunse l'illuminazione spirituale attraverso la pratica religiosa.
Insegnò Daitōryū Aikijujitsu e in quest'epoca impostò la pratica sui kata.
Fra le scuole di jujitsu, oltre a quelle che si basavano principalmente sul combattimento corpo a corpo e sul combattimento a terra, ne esistevano anche alcune che avevano tramutato i movimenti e le tecniche di spada in tecniche di taijutsu, la scuola di Daitōryū di Aizu fu una delle più rappresentative.

Secondo periodo: dal 1° al 17° anno dell'epoca Shōwa (1926- 1942)
Si allontanò dalla religione per diventare uno specialista di budō (arti marziali).
Dal Daitōryū Aikijujitsu si entra nell'epoca del Ueshibaryū Aikijutsu, successivamente modificato in Aiki-bujutsu e in seguito Aiki-budō. Aggiunse al Daitōryū le sue conoscenze relative alle tecniche di lancia (Sōjutsu), di cui era un rinomato esperto, creando così il metodo "uchikomi", una sorta di "kata che vive" che viene considerato tipico dell'aikidō. Questa fu l'epoca in cui arrivó a possedere un'eccezionale forza spirituale, venne consacrato ai vertici del mondo delle arti marziali e vi esercitò la propria autorità.
Riguardo a quest'epoca, si racconta che Yamamoto Gonbê (1852~1933, Ammiraglio e Primo Ministro), assistendo ad una dimostrazione del Maestro Ueshiba, abbia detto "E' la prima volta, dopo la Restaurazione Meiji (1868), che vedo una lancia che 'vive'...!" e che che il Maestro Kanō Jigorō (1860~1938) del Kodōkan abbia affermato "Questo è il vero judō che ho sempre desiderato (praticare)!".

Terzo periodo: dal 18° anno dell'epoca Shôwa (1943) fino ai nostri giorni
Nella primavera del 1943 decise di abbandonare tutti gli impegni fino ad allora presi nei confronti dell'esercito, della marina e del mondo delle arti marziali per rifugiarsi ad Iwama, nella Prefettura di Ibaragi, dove si dedicò all'agricoltura, coniugando la sua passione per le arti marziali all'amore per la terra. E' in questa fase che si venne a creare "L'Aikidō in quanto Via di tutti coloro che coltivano il grande amore per il cielo e la terra". E' questa l'epoca, dal dopoguerra in poi, in cui l'aikidō fu presentato al pubblico e si venne a diffondere in tutto il mondo.







Le regole
Le norme del Dōjō
1. Conformarsi alle norme della buona educazione, osservare le regole e seguire fedelmente gli insegnamenti dei maestri.
2. Quando si entra nel dōjō, togliersi nell'ingresso cappello, guanti, soprabito, ecc., e, dopo aver eseguito il saluto in direzione del lato principale (shōmen), salutare il maestro e andare a cambiarsi nello spogliatoio.
3. Nel caso si arrivi in ritardo e l'allenamento sia già iniziato, si dovrà attendere ai bordi del tatami finché non siano conclusi gli esercizi di respirazione e torifune.
4. All'interno del dōjō osservare l'armonia reciproca e impegnarsi nella pratica con gioia e serenità.
5. Praticare con serietà e spontaneità, sforzandosi di evitare infortuni.
6. Dedicare sufficiente tempo alla pratica da soli.
7. Non criticare mai le tecniche eseguite da altri praticanti.
8. Nella pratica con le armi (jō e bokken) attenersi correttamente alle regole stabilite.
9. L'abbigliamento usato durante la pratica (keikogi e hakama) deve essere sempre pulito.
10. Prima di iniziare la pratica è opportuno togliersi gioielli, orologi, ecc., legarsi i capelli, se portati lunghi, e assicurarsi che le unghie siano corte, al fine di prevenire incidenti.
11. Al termine di ogni allenamento fare sempre le pulizie del dōjō così da permettere che la pratica si svolga in un ambiente pulito.
12. E' proibito fumare all'interno del dōjō e non sono ammesse persone in stato di ubriachezza.
13. Nel dōjō astenersi dal fare discorsi di natura privata che esulano dal contesto della pratica e possono intrarciarla.
14. I visitatori sono invitati ad osservare l'ordine stabilito all'interno del dōjō e, dopo aver ottenuto il permesso, possono assistere agli allenamenti sedendo in seiza nel posto che viene loro indicato.
15. Quando ci si reca a praticare in altri dōjō, osservare con attenzione le regole in essi stabilite e non toccare assolutamente gli oggetti (armi, ecc.) presenti nel dōjō in cui si viene ospitati.

Etichetta: le regole da osservare sul tatami
1. Cercare di uniformare il modo di esprimersi e di comportarsi nella vita quotidiana alla pratica dell'aikidō.
2. Evitare di passare davanti alle persone.
3. Quando si apre o si chiude una porta, accertarsi che non vi siano persone nelle immediate vicinanze.
4. Nel porgere o ricevere un oggetto utilizzare entrambe le mani.
5. Se ci si rivolge ad una persona seduta sul tatami, sedersi in seiza prima di salutare, parlare o porgere qualcosa.
6. Non soffermarsi in piedi dietro ad una persona che sta seduta sul tatami (tale norma di buona educazione deriva dal fatto che in Giappone tale posizione veniva tradizionalmente assunta da coloro che recidevano il collo a chi commetteva seppuku).

Tre tesori della tradizione buddhista

1. *credo nel Buddha  KIE BU KYO (la nostra natura interiore, credo in me stesso)
2. *credo nel Dharma  KIE HO KYO (gli insegnamenti, credo in ciò che studio o credo in ciò che faccio)
3. *credo nel Sangha  KIE SO KYO (la comunità, credo nelle persone che ho attorno, i miei insegnanti)


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TRIRATNA
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Con il termine sanscrito Triratna (Tre Gioielli; pāli tiratana; thai ไตรรัตน์ trairat; singalese තෙරුවන් teruwan; cinese 三寶 sānbăo; giapponese sanbō; vietnamita tam bảo; coreano 삼보 sambo; mongolo ɣurban erdeni; tibetano dkon mchog gsum) nel Buddhismo si intendono il Buddha, il Dharma e il Saṃgha, talora indicati anche come Triplice Gemma o Triplice Rifugio o Tre Tesori.

Prendere rifugio

La formula con cui si prende rifugio nei Tre Gioielli viene recitata in gruppo in tutte le feste e cerimonie buddhiste, e la sua triplice recitazione individuale, usualmente davanti alla comunità e a dei monaci, viene considerata la formale entrata del recitante nella comunità dei laici e delle laiche buddhiste, upāsaka e upāsikā.
In Pāli questa recitazione cantata, nota come Vandana Tisarana viene così scandita:

* Buddham saranam gacchāmi - Prendo rifugio nel Buddha.

* Dhammam saranam gacchāmi - Prendo rifugio nel Dharma.

* Sangham saranam gacchāmi - Prendo rifugio nel Sangha

Alla prima recitazione segue una seconda in cui si antepone a ciascuna strofa la parola dutiyampi, "per la seconda volta", e infine una terza in cui si antepone a ciascuna strofa la parola tatiyampi, "per la terza volta".

In Estremo Oriente, parallelamente alla versione in Pāli, vengono anche utilizzate versioni in lingua locale, basate sul testo in cinese classico:

* 自皈依佛,當願眾生,體解大道,發無上心。
Prendo rifugio nel Buddha, desiderando che tutti gli esseri senzienti comprendano la Grande Via e che vi si dedichino con tutto l'animo.

* 自皈依法,當願眾生,深入經藏,智慧如海。
Prendo rifugio nel Dharma, desiderando che tutti gli esseri senzienti approfondiscano le Scritture buddhiste sì che la loro saggezza sia come il mare.

* 自皈依僧,當願眾生,統理大眾,一切無礙。
Prendo rifugio nel Sangha, desiderando che tutti gli esseri senzienti siano uniti in armonia, completamente e senza ostruzioni.

Prendere rifugio [modifica]


La formula con cui si prende rifugio nei Tre Gioielli viene recitata in gruppo in tutte le feste e cerimonie buddhiste, e la sua triplice recitazione individuale, usualmente davanti alla comunità e a dei monaci, viene considerata la formale entrata del recitante nella comunità dei laici e delle laiche buddhiste, upāsaka e upāsikā.
In Pāli questa recitazione cantata, nota come Vandana Tisarana viene così scandita:









Prendo rifugio nel Buddha.


Prendo rifugio nel Dharma.


Prendo rifugio nel Sangha


Alla prima recitazione segue una seconda in cui si antepone a ciascuna strofa la parola dutiyampi, "per la seconda volta", e infine una terza in cui si antepone a ciascuna strofa la parola tatiyampi, "per la terza volta".

In Estremo Oriente, parallelamente alla versione in Pāli, vengono anche utilizzate versioni in lingua locale, basate sul testo in cinese classico:

sabato 8 gennaio 2011

Nuvole - Clouds

Entrare nel silenzio è vivere il vuoto. Vivere il vuoto è sentire il divino. Sentire il divino è avvicinarsi a Dio.




Nāgārjuna

Se il mondo fosse non vuoto, non si potrebbe né ottenere ciò che non si possiede già, né mettere fine al dolore, né eliminare tutte le passioni. [...] La realtà assoluta non può essere insegnata, senza prima appoggiarsi sull'ordine pratico delle cose: senza intendere la realtà assoluta, il nirvana non può essere raggiunto. (Nāgārjuna monaco buddhista indiano, patriarca delle scuole Mahāyāna)